Cosa rischia l’e-commerce con la web tax

Rischia di essere una vera tassa sulle transazioni digitali quella che ha in mente la Commissione Bilancio alla Camera che, su spinta di Francesco Boccia, potrebbe prevedere una web tax estesa anche all’e-commerce.

E anticipata, dato che secondo il precedente emendamento Mucchetti, l’entrata in vigore della tassa era stata prevista dal 1° gennaio 2019.

Ma andiamo con ordine. Al fine di tassare le web company, la commissione Bilancio al Senato ha approvato un paio di settimane fa l’emendamento a firma di Massimo Mucchetti che prevede la cedolare del 6% sulle sole prestazioni di servizi immateriali B2B.

Non essendo ancora stabilita una vera e propria base imponibile, l’impatto della web tax sarebbe sui ricavi della pubblicità online.

La flat tax del 6%, in questo caso, dovrebbe portare a un gettito atteso di 114 milioni di euro annui.

L’emendamento prevede, inoltre, l’esclusione dall’imposta delle imprese agricole e dei «soggetti che hanno aderito al regime forfetario o al regime di vantaggio per i contribuenti di minore dimensione». L’entrata in vigore è prevista per il 1° gennaio 2019.

Ora, Francesco Boccia, della Commissione Bilancio alla Camera, vorrebbe trasformare la tassa in un’imposta sulle transazioni digitali, includendo anche il commercio elettronico, compreso quello B2C e quindi sugli acquisti di beni e di servizi effettuati anche dai soggetti privati.

L’aliquota, sarebbe – però – ridotta all’1-2%. In questo modo ci si attende un gettito tra i 600 e gli 800 milioni annui (fino a 4 volte superiore a quello atteso da Palazzo Madama).

Dalle regole rimarrebbero esonerate  per startup e micro-imprese e dunque resterebbe comunque l’esclusione per i soggetti minimi e quelli in regime forfettario o di vantaggio. L’entrata in vigore sarebbe prevista nei primi 6 mesi del 2018.

Sulla questione bisognerà attendere il parere del Governo, anche se due punti sembrano già piuttosto fermi e condivisi: il primo è il riconoscimento della stabile organizzazione “virtuale”.

Il primo miglio resta quello tracciato con l’emendamento Mucchetti che sulla stabile organizzazione introduce un dispositivo già efficace e in linea con le indicazioni Ocse.

Il secondo punto fermo è l’estensione della “cedolare” a tutte le transazioni, incluse anche quelle di beni, al momento escluse dal Senato. L’obiettivo, in ogni caso, resta quello di semplificare.

Tra le ipotesi più gettonate c’è l’esclusione del ricorso allo spesometro, nonché la cancellazione sia del ruolo attribuito alle banche di sostituti d’imposta e sia del credito d’imposta riconosciuto alle imprese italiane o con stabile organizzazione per evitare ulteriori tassazioni.

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